martedì 9 luglio 2013

"Silenzio" di Monica Cecere

Eccomi solo. Solitudine agognata, cercata, trovata, amata, odiata. Lei è partita portandosi dietro la sua allegra risata, il leggero fruscio dei suoi passi, dei suoi piccoli piedi rinchiusi in quelle ballerine nere di peluche, da lei adorate da me detestate. Fuori comincia a fare buio, vedo il crepuscolo dalla finestra, accendo la luce. La spengo all'istante. È troppo evidente lo spazio vuoto lasciato da lei. È troppo “vuoto”.
Stasera disprezzo il mio venerato silenzio: niente rumore di stoviglie, di acqua che scorre, di pentole sui fornelli, di anta schiusa per fumarsi la sigaretta, di frasi accennate per non disturbare mentre scrivo, di canzoni canticchiate sottovoce, quelle che spesso ascoltiamo insieme in auto nei nostri viaggi e che ci riportano ad altri viaggi.
E’ pronto, vieni a tavola” – mi ha detto dolcemente all’orecchio avvicinandosi da dietro. Ho tolto gli occhiali, mi sono alzato senza dire niente. Non ho resistito ad abbracciarla. Mi ha baciato. Gli occhi chiusi. L’ho addossata al muro, sentivo la pressione delle sue dita sui muscoli dorsali, mi stringeva come se volesse inchiodarmi a sé, con una gamba mi avvolgeva nelle sue spire da donna serpente. Abbiamo fatto l’amore. Ieri sera non abbiamo scopato, abbiamo fatto l’amore e mi sono stupito perché da tempo non capitava. E ho avuto in quel momento una fottuta doppia paura: averla e perderla. Avrei voluto che sparisse subito dopo, invece no. Era lì, ancora. Ci siamo seduti a tavola e, parlando e ridendo di noi sulle note di un vecchio disco jazz avuto in eredità da mio padre, consumato la cena: costata di vitello – “Non la tagli con l’affettatrice, per favore, e le fette spesse alte almeno un dito”, mi riecheggia ancora nelle orecchie la raccomandazione fatta al macellaio con voce gentile ma determinata di chi sa il fatto suo – con patate al forno insaporite con la gialla curcuma e il profumato cumino accompagnate da un’insalata di stagione condita con vinaigrette all’arancia, il tutto innaffiato da un Morellino di Scansano – “Si abbina benissimo alla carne”- mi aveva detto tra gli scaffali dell’enoteca di Trastevere dove c’eravamo ritrovati girovagando quel pomeriggio. Dopo cena abbiamo sparecchiato insieme, continuando a prenderci in giro con le nostre battute pungenti ed ironiche. E mentre poi lei riordinava la cucina e lavava le stoviglie, riconquistavo la mia postazione nel salone per riprendere il lavoro lasciato a metà. L’ho sentita entrare in camera dopo un po’, muoversi leggera tra le sue e le mie cose. Ha preparato con calma la valigia, fatto la doccia. “Vado a letto”- ha detto. “Ok”- ho risposto laconico, sperando fosse solo un incubo la sua voce e di non trovarla sotto le coperte. Era lì, invece. Ancora. Fermo sulla porta guardavo le curve del suo corpo sotto le lenzuola. Mi piace guardarla dormire, sembra una bambina in quella posizione fetale, sempre sul fianco destro, le mani giunte vicino al viso e la gamba sinistra piegata un po’ più verso di sé. La testa, le mani, il gomito, i fianco, il ginocchio e i piedi sembrano disegnare i punti cardinali di una costellazione. Entro in cucina, bevo un bicchiere d’acqua - lo bevo sempre prima di andare a dormire - spengo la luce e vado a letto. Sento il suo calore e non posso non abbracciarla, le passo il braccio intorno alla vita sollevandola leggermente, si sveglia mi prende l’altra mano se la porta al seno con un gesto dolce e si riaddormenta dopo avermi sussurrato “buonanotte”. Sento che riprende il suo respiro regolare, lento, con la bocca leggermente schiusa. Mi addormento che è quasi l’alba ascoltando i suoi sogni.

Ora c’è silenzio invece e sto già morendo per risentire il suo rumore.