mercoledì 3 luglio 2013

"Un tuffo bollente" di Monica Cecere

Non riusciva a capire cosa ci fosse oltre quella parete lucida e grigia che vedeva davanti a sé, ma presagiva niente di buono. L’avevano legata ad un pezzo di legno rigido, troppo duro anche per lei abituata com'era fin da piccola a stare sulle pietre. Non riusciva a muoversi, poteva solo girare gli occhi, ma la sua visuale era troppo ristretta, la posizione in cui l’avevano costretta non le consentiva di guardare oltre il bianco pavimento freddo. Freddo, ecco cosa provava. E angoscia, tanta.
Non riusciva neanche a respirare bene, la corda stringeva troppo il suo esile petto. Qualcuno le si stava avvicinando, una donna giovane dall'aspetto gradevole e non cattivo. Forse era la sua salvatrice? No, non lo era. Le passò accanto con indifferenza, come se non l’avesse neppure notata. Ma dov'era? Dove l’avevano portata? L’ultima cosa che ricordava, prima di quelle ultime inquiete ore, era che le avevano infilato un sacco di plastica in testa. Da quel momento l’oblio, forse l’avevano sedata o era svenuta per lo spavento. Ma perché quella donna non la liberava? Non aveva pietà, nonostante apparisse gentile. Cominciò a temere seriamente per la sua giovane vita. C’era un buon odore nella stanza e nell'aria risuonano delle note jazz, le parve di riconoscere Warrisom Heart della Gardot. Era forse un presagio la sua voce? Lei che era vissuta due volte. La donna, intanto, continuava a trafficarle intorno. Non riusciva però a capire cosa stesse facendo. Aprì un mobile, ne trasse un grande asse di legno e un lungo coltello con la lama fredda e lucente. “Oddio, che vorrà fare?”. Sospirò di sollievo quando le vide prendere due grosse cipolle, nettarle e affettarle sottilmente sul tagliere. Poi la vide allontanarsi. Ma perché non le parlava? Perché non le rivolgeva neanche uno sguardo, uno qualsiasi? La paura crebbe in lei fino a trasformarsi in panico. Lo sentiva, sarebbe morta. Cominciò a sperare che se proprio dovevano, lo avessero fatto senza provocarle grandi sofferenze. Eccola, tornava. Adesso la guardava, invece, e si dirigeva verso di lei. La sollevava di peso, la spostava come un fuscello facendole fendere con la testa l’aria calda della stanza. Girava tutto, un forte senso di nausea le prese lo stomaco. Cadeva nel vuoto. Un tuffo dentro l’acqua bollente.
La donna si allontanò rapidamente per non sentire i gemiti stridenti di dolore della povera creatura, ma la sua passione era più forte di qualsiasi pietà. Diede una rapida lettura al libro sul marmo: “Lasciare cuocere per circa venti minuti, la carne dell’aragosta cotta troppo a lungo diventa stopposa e poco saporita”.