martedì 25 marzo 2014

"La sacra unione" di Giuseppe Inzerillo

Era come un mantra. Quella zoccola della mamma, che se ne era fatti tanti – e continuava, a dispetto dell’età, a mantenersi più attiva di tante giovani pollastre – lo recitava in continuazione: dìvide et ìmpera.
- Il potere, miei adorati virgulti, si mantiene solamente separando. Voi, invece, siete desinati a unire ciò che Dio ha voluto restasse diviso.
Erano costretti ad ascoltarla sempre senza replicare, consolidando nella genitrice quel senso di superiorità che, detto fuor di metafora, dava loro sempre più fastidio. Sapeva sempre tutto lei, quella sgallettata che si divertiva coi maschietti della zona e lo avrebbe fatto fino alla fine dei suoi giorni.

Anche la bella biondona dalle tette grosse, in realtà, lo aveva ripetuto più volte, quella mattina, mentre accarezzava dolcemente la loro glabra corteccia. Fra qualche istante si sarebbe comportata come la più assatanata delle api regine che trae godimento dal fuco sacrificandolo sull’altare dell’amore. A differenza della mamma, quella femmina non scomodava la volontà divina e osservava freddamente il fenomeno sotto l’aspetto materialistico.
- Solo tu sei capace di unire ciò che la natura ci ha fatto trovare distante - si sentì infatti dire il primo dei due, turbato e impotente di fronte a quelle languide effusioni, benché fosse perfettamente a conoscenza della sua imminente sorte.
Dopo che avesse finito di far scorrere quelle dita lunghe e carnose sulla sua ruvida ma delicata calotta cranica, si sarebbe scatenata l’orgia. E tutto sarebbe terminato, come piaceva a quella pervertita, in un paradiso di umori e sapori. Con chi li avrebbe fatti accoppiare, quella mattina? Sarebbero stati dei lui o delle lei?
E poi, soprattutto, sarebbe accaduto su una superficie morbida e accogliente, come era successo a chi li aveva preceduti? Pareva di no. Così, almeno, sembrava potersi evincere dallo sguardo malizioso della donna, che si illuminava come quando aveva finito altri loro amici nel vortice di qualche diavoleria che vibrava a più non posso.
Perché era questo, alla fine, che importava loro veramente. Dovendo morire in scena, come i più grandi attori, era importante il modo.
E allora, cosa augurarsi di meglio se non un letto di consistenza morbida e ospitale? Anche l’occhio vuole la sua parte, e il candore del bianco che era toccato in sorte a quei due fusti del precedente venerdì, non li faceva ben sperare.
La superficie, però, non era tutto. Non che fossero schizzinosi, anzi. Loro rispettavano le opinioni e i gusti di chiunque, ma avevano gusti ben definiti, anche se in quel momento sapevano bene che non sarebbero stati consultati.
Quando la tettona selezionava qualcuno di loro per i suoi bagordi era lei che sceglieva.
Insieme a loro, nell’unione sacra che quella miscredente decideva di comporre, avrebbero potuto incontrare elementi anche molto dotati. Dovevano farsene una ragione. C’era anche chi l’aveva molto lungo.
- A me piace quella rossa giunonica – osò mormorare il più timoroso.
- Sei impazzito? È agghiacciante. Direi deforme – sentenziò l’amico.
- Sarà, io già la immagino molto succosa e tutta mia. Anzi, al momento dell’approccio, non mi ostacolare. Ti vedo bene, invece, con quell’atletico e muscoloso essere maestosamente turgido – aggiunse il primo soffocando un risolino mentre la padrona di casa si avvicinava.
- Spiritoso… tanto lo sai che finiremo insieme. Godremo con gli stessi compagni che sceglierà lei. Concentrati e vediamo di dimostrarle che abbiamo più sale in zucca di quanto non si dica in giro. E poi lo sai che possiamo assumere pose da macho quanto vogliamo, ma solo se camminiamo separati. Appena ci vedono insieme ci prendono tutti per due signorinelle – terminò il secondo.
Lei si avvicinò. Anche se la temperatura non era eccessivamente alta indossava solamente un reggiseno trasparente e un jeans strappato che non riusciva a coprirne gli abbondanti glutei. Anche in cucina, infatti, le piaceva farlo così.
Li accarezzò in modo sensuale per l’ultima volta. Le sembrò quasi di sentirli fremere ed ebbe timore di bagnarsi se non li avesse manipolati con attenzione.

Poi, finalmente, si decise. Prima l’uno, poi l’altro. Separò gli albumi e li montò a neve. I tuorli finirono nel bianco letto di farina che, abbondante, non sembrava attendere altro.