martedì 2 dicembre 2014

Un nuovo racconto bolle in pentola... di Emilio Angelini



...è di Emilio Angelini, un appassionato di letteratura e scrittura. Vi consiglio di leggere il racconto e di seguire il suo blog Angeli e Milioni

Buona lettura


Tratto da “Onore e gloria ad Ambiorige Castellazzi”

Dopo una notte di sonno senza sogni né aggettivi, Walter Nottefonda si svegliò e trovò un gatto nel letto. Era un micione di pelo bianco e lungo e aveva due magnifici occhi celesti. – E tu, da dove spunti? – chiese Walter. Il gattone non mostrò particolare meraviglia per quella domanda e rispose con uno sbadiglio. Non era, però, uno dei tanti sbadigli che i tantissimi gatti della terra regalano a uomini più distratti di loro. E un occhio acuto vi avrebbe anche visto le tracce di un muto rimprovero. “Eppure dovresti ben sapere come mai sono qui.” sembrava dire. Ma Walter non era in uno dei suoi giorni migliori e si voltò dall’altra parte. Cercava, forse, un’ultima briciola di sonno o, magari, voleva riacciuffare per la coda qualche sogno rimasto a metà. Quando finalmente decise di alzarsi trovò il gatto in cucina. Sacro e vagamente egiziano, se ne stava in posa davanti al frigorifero e continuava ad avere un’aria di rimprovero. “Ma come?” sembrava dire “sono le dieci passate e non mi fai fare ancora colazione?” Walter si sentì un padrone inadempiente e cercò di provvedere. Trovò qualcosa che assomigliava ad una scodella, vi versò del latte e decise di arricchirlo con qualche biscotto sbriciolato. Quel grosso gatto mangiò con gusto e mostrò tutta la sua approvazione. Poi prese a strofinarsi contro la gamba di Walter perché voleva le coccole. – Per ora sto preparando il caffè – rispose l’uomo – poi mi metterò su quella poltroncina e ti accarezzerò sotto il mento. Visto che sembri sapere tante cose di me e questa casa, ti chiedo di rispettare le mie abitudini. Era una gentilezza autentica ma c’erano anche altre motivazioni: aveva capito che, quello, non era un gatto da sottovalutare… Lo avrebbe assecondato solo per non destare sospetti ma, poi, avrebbe cercato di capire in tutti i modi da dove fosse spuntato l’insolito animale. Verso mezzogiorno il gatto aveva trovato l’angolo migliore della casa e stava schiacciando un pisolino. Il momento era propizio e le indagini potevano iniziare.

Dopo aver ispezionato ogni angolo e constatato che tutte le imposte erano chiuse, Walter capì quanto la notte fosse fonda e come era sul punto di dannarsi l’anima. Il gattone, per di più, dormiva della grossa e se ne stava nel serafico spaparanzo di chi si sente proprio a casa propria. Ormai irretito dalle sue paranoie, Walter bussò alla porta del piano di sopra: – Vi è per caso scappato un gatto, signore? – chiese senza troppa convinzione. E quello: – ha, per caso, il pelo bianco e lungo e gli occhi celesti? – Sì, sì. – rispose il brav’uomo. – Allora proprio non mi interessa. Io vorrei un gatto grigio e con gli occhi anonimi. Si tenga pure il suo prezioso animale da salotto oppure vada a rifilarlo a qualche altro. Quelli sono animali aridi e prepotenti e non li voglio in mezzo alle palle. E scommetto che le è anche costato un occhio della testa. Se il signor Nottefonda non urlò fu solo per eccesso di educazione ma ormai era certo di essere piombato in un incubo senza respiro e, per di più, poteva anche affermare che il vicino di casa era uno stronzo. Girò la chiave nella toppa, entrò in casa e si accasciò su una poltrona. Gli sembrò di sentire uno strano silenzio. Andò in cucina e il gatto non c’era, si spostò nel tinello e il gatto non c’era, guardò in ogni stanza e il gatto non c’era. “Forse non mi sono ancora svegliato” disse a se stesso “forse mi merito un altro caffè.” Come estrema risorsa dello spirito decise che lui, Walter Nottefonda, era un gran signore e che doveva trattarsi con ogni riguardo. Indossò, allora, la vestaglia migliore, versò il caffè in una tazzina di porcellana finissima e si accese la sigaretta con l’accendino d’oro. Poi si sedette in salotto e cominciò ad osservare il fumo azzurrognolo che saliva verso il soffitto. Appostato sopra la piantana, mitologico e inarrivabile, c’era lui: vero dominatore degli spazi e abitante dei piani alti della Coscienza. La sigaretta gli rimase tra le dita, si consumò lentamente e solo quando la carne si bruciò il signor Nottefonda si lasciò andare ad un lamento preistorico. Walter trascinò stancamente la sua giornata fino a sera e si accorse di non aver appetito. Gli avevano insegnato, però, che non è cosa giusta andare a letto digiuni e cominciò a prepararsi una zuppetta di farro e lenticchie. Si sentì squadrato da occhi di ghiaccio. Il diavolo bianco mostrava tutta la sua disapprovazione ma, soprattutto, rivendicava i suoi diritti di autentico felino. Walter capì l’antifona e lo rassicurò. – Tranquillo, signor gatto – disse – ora tiro fuori della carne tritata dal freezer e la faccio scongelare. Poi te la cucino con cipolla e fegatini di pollo. Il micione sorrise soddisfatto e si mise comodo. Fu quando mangiò qualche distratta cucchiaiata della sua zuppetta che Walter cominciò a vedere l’abisso in cui stava precipitando. Si alzava dal tavolo in continuazione, controllava che il tritato cuocesse a puntino e gli sembrava di non fare mai abbastanza. Ma fu quando lo vide mangiare di gusto che toccò il fondo e cominciò a meditare vendetta.