Il lago è scuro stamattina, riflette il grigio del cielo. Un vento gelido increspa le acque di solito immobili dello specchio d’acqua. C’è aria di tempesta. Gli alberi intorno agitano le fronde, se li guardi da sotto sembrano tanti danzatori impegnati nella coreografia ripetitiva di un’antica danza asiatica. Se li guardi da sotto per un po’ di tempo potresti rimanerne ipnotizzato. Le anatre starnazzano chiamando a raccolta gli anatroccoli. I cigni si muovono lenti, si guardano intorno con aria aristocratica e sembrano infastiditi dallo schiamazzare degli altri pennuti. Nessuno però prende il volo. C’è aria di tempesta.
martedì 16 agosto 2016
"C'è aria di tempesta" di Monica Cecere
Il lago è scuro stamattina, riflette il grigio del cielo. Un vento gelido increspa le acque di solito immobili dello specchio d’acqua. C’è aria di tempesta. Gli alberi intorno agitano le fronde, se li guardi da sotto sembrano tanti danzatori impegnati nella coreografia ripetitiva di un’antica danza asiatica. Se li guardi da sotto per un po’ di tempo potresti rimanerne ipnotizzato. Le anatre starnazzano chiamando a raccolta gli anatroccoli. I cigni si muovono lenti, si guardano intorno con aria aristocratica e sembrano infastiditi dallo schiamazzare degli altri pennuti. Nessuno però prende il volo. C’è aria di tempesta.
Anelli Mitologici
Il lago è scuro stamattina, riflette il grigio del cielo. Un
vento gelido increspa le acque di solito immobili dello specchio d’acqua. C’è
aria di tempesta. Gli alberi intorno agitano le fronde, se li guardi da sotto
sembrano tanti danzatori impegnati nella coreografia ripetitiva di un’antica
danza asiatica. Se li guardi da sotto per un po’ di tempo potresti rimanerne
ipnotizzato.
sabato 14 maggio 2016
La "Frittella" palermitana
Per prima cosa è giusto specificare che, nonostante il suo
nome, in questa preparazione della tradizione palermitana non c’è niente di
fritto. L’origine del nome si perde nel passato, possibilmente il termine che
usiamo oggi è una storpiatura di quello vero. Fatto sta che, a Palermo “frittella” è sineddoche di uno squisito
stufato di verdure.
Per tradizione si cucina il giorno di San Giuseppe (19 marzo)
che coincide con l’inizio della primavera, fondendo così la celebrazione dei
riti religiosi ai riti pagani.
La frittella la
possiamo definire come la sintesi della Primavera nel piatto. È la celebrazione
dei frutti che la terra ci offre in questo periodo: fave, piselli, carciofi e
cipollotti freschi, legati insieme da una soluzione agrodolce di aceto e
zucchero, retaggio della cucina araba. Esiste anche una variante ennese che
prevede l’aggiunta del finocchietto selvatico.
Senza l’agrodolce può diventare anche un ottimo condimento
per la pasta, aggiungendo qualche fogliolina di menta o di prezzemolo.
Anche per questo piatto vale la regola secondo cui “ne
esistono tante versioni quante sono le famiglie che la preparano”. Ecco la mia.
venerdì 4 marzo 2016
'A pasta "a milanisa" o con l'anciova
A chi, come me, è nato e cresciuto a Palermo, sarà capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi di giorno tra i vicoli del centro storico. I panni stesi con le lenzuola che sventolano come grandi bandiere, i bambini che ancora giocano per strada, i gatti randagi che gironzolano sornioni alla ricerca di qualcosa da mangiare, gli odori dolci e pungenti che dalle cucine si riversano nelle strette strade tortuose e si diffondono prepotenti nell'aria, le donne che vocìano da finestra a finestra mentre spicciano i lavori di casa e, soprattutto, cucinano per il pranzo. “Pina, ma comu a fai a pasta st’innata? C’è un ciavuru!”. “Nie’, oggi fazzu cose spiccie. Staju facennu a Milanisa”.
Lo so cosa vi state chiedendo: una palermitana che
fa la pasta alla milanese? Ebbene si!
Dopo attimi di disorientamento che colpirono anche me la prima volta che lo
sentii - non riuscivo a spiegarmi perché una palermitana avesse dovuto
preparare la pasta come a Milano - mia nonna Nella mi spiegò che era la pasta con l'anciova[1],
uno dei primi più famosi della cucina siciliana. Un piatto gustoso, fatto con le
acciughe salate, l’estratto di pomodoro, passolina e pinoli[2]
e la muddica atturrata (pangrattato
tostato), il formaggio dei poveri.
Come per ogni ricetta, anche questa conosce diverse
varianti più o meno simili e il suo nome è strettamente legato, come tutti i
piatti tradizionali, alla storia, al territorio e alla sua gente.
Si narra, infatti, che questo piatto sia nato come
alternativa, molto valida, alla ben più famosa pasta con le sarde, la cui
preparazione era però limitata alla primavera e all'estate, stagioni durante le
quali sono reperibili gli ingredienti freschi per realizzarla.
Un altro importante fattore era costituito dal
costo molto elevato di uno degli ingredienti fondamentali del famoso primo, lo
zafferano, che non tutti si potevano permettere. Venne così sostituito dall'astrattu (estratto di pomodoro) che
conferiva alla nuova elaborazione un colore vagamente ambrato.
Ma torniamo all'origine del nome di questa non meno
buona cugina della pasta con le sarde, fatta solo con prodotti di “conserva”,
che hanno il duplice vantaggio di essere disponibili tutto l’anno e,
soprattutto, sono non deperibili e facilmente trasportabili.
Queste caratteristiche hanno fatto ipotizzare ad
alcuni studiosi delle tradizioni che la “pasta c’anciova” sia stata inventata
dagli emigranti siciliani, i quali durante l’estate, nella propria terra
d’origine, facevano incetta di una serie di cibarie che portavano nel freddo
Nord e che cucinavano per non scordare i profumi e i sapori della Sicilia. Ecco
il motivo per cui questo primo piatto, assolutamente siciliano ma inventato in
terra straniera, viene appellato “alla milanese”; considerando anche che per
lungo tempo in Sicilia si diceva Milano intendendo però tutto il nord Italia.
Adesso è arrivato il tempo di descrivervi la ricetta. Vi
darò naturalmente la versione della mia famiglia che prevede l’uso del
concentrato di pomodoro al posto dell’estratto e non considera l’uso del
finocchietto selvatico, fortemente odiato da mio fratello Dario.
PS: a Palermo è quasi obbligatorio anche il formato di pasta
da usare: o la margherita o il bucatino. Molti non transigono, ma io ho rotto
la tradizione ed ho usato i rigatoni. Credetemi, connubio perfetto tra il sugo
e la pasta.
Ingredienti (per 4
persone): 400 gr. di pasta del formato che più vi aggrada; 200 gr. di
concentrato di pomodoro; 8 filetti di acciughe sott’olio o salate; 1 grossa
cipolla; 2 spicchi d’aglio; 25 gr. di passolina e pinoli; 100 gr. di pangrattato;
olio extravergine d’oliva, sale e pepe q.b.
Procedimento: In
una padella in cui potrete poi mantecare la pasta, soffriggete a fuoco lento la
cipolla e l’aglio tritati. Quando la prima sarà trasparente, unite i filetti
d’acciuga e scioglieteli nell’olio con l’aiuto del cucchiaio di legno. A questo
punto, aggiungete il concentrato di pomodoro, passolina e pinoli e un bicchiere
di acqua calda. Fate cuocere per circa 20minuti, salando e pepando secondo il
proprio gusto. Il sugo dovrà risultare ben stretto. Cuocete la pasta e, nel
frattempo, tostate il pangrattato in un padellino antiaderente (alcuni lo fanno
saltare con altro olio, io preferisco senza aggiungere condimenti in questo
caso perché la salsa ne è già molto ricca). Scolate la pasta al dente e
trasferitela nella padella insieme ad un paio di cucchiai d’acqua di cottura.
Saltatela velocemente e servitela spolverizzando il piatto con un po’ di
mollica atturrata, che servirete anche a parte.
Buone cose “milanesi” a tutti.
[1]
L’acciuga o alice è un comunissimo pesce che popola le acque del Mediterraneo e
vanta molte denominazioni dialettali e locali: viene infatti chiamata “lice” in
Puglia, “sardon” dal Veneto alle Marche, “anciuia” in Liguria e “anciova” in
Sicilia. Le alici vengono generalmente pescate tra il mese di marzo e quello di
agosto, ovvero nel loro momento riproduttivo maggiore, durante il quale si
avvicinano alle coste. Sono pesci poco ricercati ma molto gustosi e ricchi di
nutrimenti importanti per il nostro organismo. Si prestano ad essere
“conservate” sotto sale, sott’olio o marinate. La salagione delle acciughe
deriva da un’arte antica di origine etrusca, basata su un procedimento in cui
il sale viene alternato ad ogni strato di acciughe, in modo che i pesci alla
fine risultino poco visibili
[2]
La “passolina” è un’uvetta nera passita molto presente nella cucina della
tradizione siciliana. Come suggeritomi dal mio erudito amico Giovanni Rallo,
veniva aggiunta alle preparazioni per non fare avvertire l’uso di ingredienti
non proprio freschissimi. Col tempo il suo uso è diventato una gustosa
consuetudine che apporta una dolce ricchezza ai piatti.
domenica 20 dicembre 2015
Tortini di riso rosso della Camargue con gamberoni e coulisse alla barbabietola rossa
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| Tortini di riso rosso della Camargue con gamberoni e coulisse di barbabietola rossa |
Per lei il natale significa odore. L’odore buono
della cucina della sua famiglia che si spargeva nella grande casa della zia
durante le festività, preludio di pranzi e cene luculliane che avrebbero potuto
sfamare il triplo degli invitati. Si preparava sempre in più, perché non si
poteva sapere mai si fosse presentato qualcuno all'ultimo minuto. “Dobbiamo
aggiungere dei posti a tavola” era una frase ricorrente in quei giorni. Si
accoglieva tutti, parenti amici e amici degli amici. Tavolate immense, curate
nei dettagli ed apparecchiate con i servizi buoni.
martedì 8 dicembre 2015
Ad ognuno la sua SFINCIA
![]() |
| Sfince di "prescia" |
A
Palermo la parola sfincia evoca San Giuseppe, in onore del quale sono state
create delle morbide “spugne” che vengono “inchiappate” (sporcate) con la crema
di ricotta e decorate con i canditi. Ma in verità di sfince ce ne sono di
diverso tipo e per ogni occasione: quelle di riso, quelle di “prescia”, con le
patate o con la zucca; insomma, un solo piatto, tante varianti.
L’8
dicembre, giorno dedicato alla Madonna e che apre il lungo periodo delle
festività natalizie, è tradizione fare le sfince cosiddette di “prescia”,
ovvero delle sfere di pasta lievitata e fritta che poi vengono ricoperte di
zucchero semolato e cannella. Queste semplici frittelle, tramandateci dagli
Arabi, hanno una forma irregolare e una morbidezza tale da farle somigliare a
delle spugne, tanto che il loro nome è mutuato dal latino “spongia”.
lunedì 9 novembre 2015
Biscotti di San Martino o Rasco
A San Martino
si tasta ‘u vino
Quando ero molto piccola, la domenica spesso
andavamo a pranzo dai nonni paterni. E mentre mia madre e la nonna Zina
cucinavano ed apparecchiavano la tavola, il nonno Tommaso – con la sua giacca
da camera a quadri di alpaca - mi prendeva in braccio, si dirigeva verso la
poltrona del salotto e, adagiandomi sulle ginocchia, cominciava a narrarmi le
storie dei paladini di Francia. Era un rito a cui non potevamo rinunciare ed è
forse il ricordo più bello che ho di lui. Ho ancora nelle orecchie la sua voce
sonante che recitava a memoria alcuni passaggi dell’Orlando furioso,
intercalandoli con aneddoti in prosa – molti da lui inventati - ricchi di scene
di battaglie e d’amore: “E così Orlando, in groppa al fido Brigliadoro,
galoppava per le terre siciliane alla ricerca disperata del suo amore Angelica.
Nel suo girovagare spesso si imbatteva in truppe di Saraceni che sfidava con folle
coraggio. Combatti vile infedele,
urlava mio nonno-Orlando, e sguainando la magica Durlindana faceva saltare le
teste dei suoi nemici in difesa dell’onore della sua bella”.
A parte che, da adulta ho iniziato a “tifare” per
gli Arabi e, in particolare per Medoro che aveva sposato la bionda Angelica, in
alcuni periodi dell’anno le storie cambiavano soggetto ed erano dedicate ai
personaggi dei quali ricorreva la festività o la commemorazione.
E così, in un lontano novembre degli anni Settanta,
venni a sapere di Martino[1],
giovane nobile della Pannonia (l’attuale Ungheria), che costretto ad arruolarsi
tra le file dell’esercito romano passò l’intera vita in Gallia indossando la divisa
della guardia imperiale.
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